La
storia di Franz Anton Mesmer
Parte prima
I
titoli della parte seconda
CAPITOLO VIII - MESMEROMANIA
CAPITOLO IX - INTERVIENE L'ACCADEMIA
CAPITOLO X - IN LOTTA CON LE ACCADEMIE
CAPITOLO XI - MESMERISMO SENZA MESMER
CAPITOLO XII - RITORNO ALL'OBLIO
CAPITOLO XIII - LA SUCCESSIONE
IL PRECURSORE E IL SUO TEMPO
Per un secolo Franz Anton Mesmer, questo tragico precursore della psicoterapia moderna, è stato alla berlina degli imbroglioni e dei ciarlatani insieme con Cagliostro, il Conte di Saint-Germain, John Law e altri avventurieri di quel tempo. E invano Schopenhauer, l'austero solitario fra i pensatori tedeschi, ha protestato contro questo verdetto disonorante delle Università, invano ha lodato il mesmerismo. "La scoperta di maggior portata dal punto di vista filosofico, anche se essa per ora propone più enigmi di quanti ne sciolga". Ma un pregiudizio non è sempre più difficile da scalzare di un giudizio? La calunnia viene propagata senza scrupoli: e così uno fra i più specchiati studiosi tedeschi, un esploratore coraggioso, il quale, seguendo misteriosamente fuochi veri e fuochi fatui ha segnato la via a una nuova scienza, passa ancora oggi per un sognatore equivoco, per un fanatico insincero, senza che nessuno si dia la pena di stabilire quanti suggerimenti importanti e sostanzialmente rivoluzionari siano derivati dai suoi errori e da certi eccessi iniziali da tempo superati.
Tragico destino, quello di Mesmer: venne troppo presto e troppo tardi. L'epoca in cui apparve, appunto perché tanto superba della sua ragione, è assolutamente ostile all'intuizione; è l'età (diciamolo ancora con l'espressione di Schopenhauer) "superintellettuale" dell'illuminismo. All'oscurantismo medievale, dalle trepide e confuse intuizioni, era seguita la banalità degli enciclopedisti, dei cosidetti "onniscienti", cioè quella dittatura grossolanamente materialistica degli Holbach, dei La Mettrie, dei Condillac, per i quali l'universo era un meccanismo interessante ma suscettibile di correzioni, e l'uomo null'altro che un curioso automa pensante. Vanitosi e tronfi perché non bruciavano più le streghe, perché avevano liquidata la Bibbia come raccolta di vuote favolette per bambini e con l'antenna di Franklin avevano strappato la folgore dalla mano del buon Dio, questi illuministi francesi (e dietro loro gli incerti scimmiottatori tedeschi) definivano assurda fantasia tutto quello che non si poteva afferrare con le pinzette o dimostrare con la regola del tre, spazzando insieme con la superstizione ogni granello di misticismo dal loro universo enciclopedista, lucido e trasparente, ma anche fragile, come il cristallo. Ciò che non era dimostrabile in termini matematici era decretato, vuoto fantasma, dalla loro disinvolta presunzione; ciò che i sensi non potevano percepire diveniva per loro non soltanto impercettibile, ma senz'altro inesistente. In quell'epoca così immodesta, empia, adoratrice soltanto della sua orgogliosa ratio, entrava d'improvviso un individuo ad affermare che l'Universo non è affatto uno spazio vuoto e inanimato, un nulla morto e indifferente che circonda la creatura, bensì uno spazio perennemente compenetrato da onde invisi
bili, inafferrabili o percepibili soltanto interiormente, da correnti e tensioni misteriose che con perenne trasmissione si toccano e si ravvivano da anima ad anima, da senso a senso. Inafferrabile e per ora innominata, quella forza è forse la medesima che irraggia da stella a stella, che guida i sonnambuli al chiaro di luna, e questo fluido ignoto, questa materia universale, passando da individuo a individuo, è in grado di determinare trasformazioni nelle malattie dell'anima e del corpo, ristabilendo così quell'armonia superiore che noi chiamiamo salute.
Dove tale forza primigenia abbia sede, quale sia il suo vero nome, la sua reale natura, egli, Franz Anton Mesmer, non è ancora in grado di dire definitivamente, ma denomina ex analogia questa materia operante magnetismo. E chiede alle Accademie, insiste presso i professori, che verifichino da soli l'effetto sorprendente determinato dal semplice sfioramento con la punta delle dita: vogliano studiare finalmente, con occhio non prevenuto, le crisi morbose, i fenomeni inspiegabili, le guarigioni assolutamente magiche che egli provoca, nei casi di malattie nervose, con la semplice forza "magnetica" che oggi diremmo suggestiva. Invece tutti gli illuminati professori delle Accademie si rifiutano ostinatamente di gettare anche solo uno sguardo spregiudicato sui fenomeni segnalati da Mesmer e cento volte da lui attestati. Quel fluido, quella forza trasmissibile e simpatetica, di cui non ci si può chiaramente spiegare la natura (e questo è già sospetto!) non si trova nel compendio di tutti gli oracoli, né nel Dictionnaire philosophique, quindi non può esistere. I fenomeni indicati da Mesmer non appaiono spiegabili alla pura ragione: dunque sono inesistenti. Franz Anton Mesmer giunge un secolo in anticipo, e d'altra parte arriva con due secoli di ritardo.
Gli albori della medicina avrebbero tenuto dietro con attento interesse ai suoi tentativi singolari, giacché la grande anima del Medioevo faceva sempre posto all'incomprensibile. Essa era ancora capace di uno stupore puro e puerile, capace di credere al proprio turbamento interiore più che alla nitida visione degli occhi. Quell'età era credula e nello stesso tempo profondamente credente; ai suoi pensatori, ai pii seguaci della teologia come ai profani, non sarebbe apparso assurdo il dogma di Mesmer, che cioè sussistano rapporti trascendenti e affini per materia fra il macrocosmo e il microcosmo, fra l'anima universale e l'anima singola, fra gli astri e l'umanità. Anzi, sarebbe apparso naturalissimo il concetto che un uomo possa agire con forze miracolose su un altro uomo, con la magia del suo volere e secondo una determinata procedura.
Senza diffidenza, con pronta curiosità, la concezione faustiana e universale di quell'età avrebbe seguito i tentativi di Mesmer, mentre d'altra parte anche la scienza moderna non considera più né giochi di prestigio né fenomeni meravigliosi gli effetti psicotecnici del primo magnetizzatore. Di giorno in giorno, quasi di ora in ora, veniamo sorpresi da nuove scoperte incredibili e da nuovi miracoli nel campo della fisica e della biologia, ed esitiamo a lungo e con molto scrupolo prima di dichiarare oggi inesistente ciò che ieri era ancora inverosimile; e in realtà molte delle scoperte e delle esperienze di Mesmer si inseriscono senza difficoltà nella nostra attuale visione del mondo. Chi penserebbe di negare ancora che i nostri nervi, i nostri sensi soggiacciano a costrizioni misteriose, che l'uomo sia "un giuoco a ogni pressione dell'aria", esposto all'influsso e alla suggestione di innumerevoli impulsi interiori ed esteriori. Oggi che la parola supera in un secondo gli Oceani, ogni giorno non ci insegna che l'etere è pervaso, animato da vibrazioni e onde vitali inafferrabili? No, noi non indietreggiamo più, di fronte al concetto più discusso di Mesmer, che cioè dalla nostra essenza individuale emani una determinata forza, unica e irripetibile, che è in grado di agire oltre l'estremità del nervo, in modo pressoché magico, sino a modificare una volontà e una natura estranea. Ma per fatalità Mesmer è giunto troppo presto o troppo tardi. L'epoca in cui egli ebbe la sventura di venire al mondo non ha comprensione alcuna delle intuizioni presaghe e oscure. Niente chiaro-scuro in materia psicologica: prima di tutto si vuole l'ordine e la luce senz'ombre! Appunto là dove il crepuscolo misterioso tra il cosciente e l'incosciente inizia la sua feconda a
ttività di transizione, si dimostra assolutamente cieco l'occhio avvezzo alla luce diurna della scienza razionalista. Poiché essa non riconosce l'anima quale energia individuale e plasmatrice, anche la sua medicina riconoscerà nel meccanismo homo sapiens soltanto le deficienze organiche, soltanto il corpo malato, mai l'animo scosso. Non c'è da stupirsi che per i turbamenti psichici essa non possegga altro che la sapienza barbarica del cerusico: salassi, purghe, acqua fresca. I pazzi vengono legati alla ruota e fatti girare fino a che non hanno la schiuma alla bocca, o picchiati sino all'esaurimento. Agli epilettici si cacciano a forza nello stomaco cento intrugli, tutte le affezioni nervose vengono dichiarate senz'altro inesistenti, perché non si riesce a curarle, e ora che questo incomodo originale di Mesmer per la prima volta riesce ad alleviare tali malattie con il suo influsso magnetico, cioè in apparenza magico, la Facoltà medica distoglie gli occhi sdegnata, affermando di non aver visto altro che sortilegi e imbrogli.
Mesmer si trova isolato in queste esasperanti scaramucce d'avanguardia per la conquista di una nuova psicoterapia. I suoi scolari, i suoi collaboratori, sono in ritardo di un mezzo secolo o di un secolo intero. La solitudine è tragicamente aggravata dal fatto che neppure un'assoluta fiducia in se stesso fa da corazza al lottatore senza alleati. Mesmer intuisce la direzione, ma non sa ancora la via. Si sente sulla traccia giusta, si sente giunto per caso, miracolosamente, vicino a un segreto, a un grandioso e terribile segreto, ma sa di non poterlo scegliere e svelare pienamente da solo. È veramente commovente vedere quest'uomo, che la superficiale maldicenza ha calunniato come ciarlatano, invocare l'assistenza e l'aiuto proprio dei medici, dei suoi colleghi. Non diversamente da Colombo che va errando da Corte a Corte con il suo itinerario, così Mesmer passa da un'Accademia all'altra, invocando interesse e collaborazione alla sua idea. Anche per lui, come per lo scopritore di nuove terre, troviamo all'inizio del suo cammino un errore: Mesmer infatti, ancora impigliato nella fantastica idea medievale dell'arcanum, crede di aver scoperto con la sua teoria magnetica il rimedio universale, l'India eternamente sognata dall'antica medicina. In realtà, senza averne coscienza, ha scoperto ben più che una nuova via: al pari di Colombo ha trovato un continente nuovo per la scienza, con innumerevoli arcipelaghi e coste ancor oggi non tutte esplorate: la psicoterapia. Tutti i domini ormai colonizzati dalla nuova scienza psichica, l'ipnosi e la suggestione, la Scienza Cristiana e la psicoanalisi, persino lo spiritismo e la telepatia, si trovano in quella terra vergine cui è approdato il tragico solitario, che non si è accorto di aver posto il pie
de sopra un terreno scientifico che non è più quello della medicina. Altri sono venuti ad arare i suoi regni, a raccogliere in quei campi da lui dissodati e seminati, altri hanno mietuto la gloria, mentre la scienza aveva regalato e sepolto con disprezzo il suo nome nel recinto sconsacrato degli eretici e dei chiacchieroni. I contemporanei gli hanno fatto il processo e l'hanno condannato. È giunta l'ora di giudicare i suoi giudici.
Nel 1773 Leopold Mozart, il padre di Wolfgang, narra alla moglie a Salisburgo: "Non ti ho scritto con l'ultima posta perché abbiamo avuto una grande serata musicale dal nostro amico Mesmer, nel giardino della Landstrasse. Mesmer suona molto bene l'armonica di vetro di Miss Dewis; egli è l'unico viennese che l'abbia comprata e possiede uno strumento di vetro ancor più bello di quello che aveva la stessa Miss Dewis. Anche Wolfgang vi ha già suonato". Si vede che sono buoni amici, il medico di Vienna e il musicista salisburghese col il suo celebre figliolo. Già alcuni anni prima, quando il famigerato direttore dell'Opera di Corte, Afligio, che poi andò a finire in galera, malgrado gli ordini imperiali, si era rifiutato di rappresentare l'opera La finta semplice del quattordicenne Wolfgang Amadeus, il mecenate musicale Franz Anton Mesmer, più energico dell'Imperatore e della Corte, interviene mettendo a disposizione il suo piccolo teatro all'aperto per la nuova operetta Bastien und Bastienne e si prepara così la meritata e imperitura benemerenza storica di avere tenuto a battesimo la prima composizione teatrale di Wolfgang Amadeus Mozart. Il piccolo genio non dimenticherà questo gesto amichevole: in tutte le sue lettere parla di Mesmer e del "caro Mesmer" cerca con predilezione l'ospitalità. Quando nel 1781 si stabilisce a Vienna, va direttamente con la sua carrozza di posta dal casello del dazio sino alla casa dell'amico. La sua prima lettera al padre, datata da Vienna il 17 marzo 1781, comincia con: "Ti scrivo dal giardino di Mesmer nella Landstrasse". Più tardi in Così fan tutte eleverà un piccolo monumento scherzoso al suo dotto e celebre amico. Ancora oggi, e certo ancora per secoli, udremo ricordare in un allegro recitativo il maestro del m
agnetismo:
La pietra di quel Mesmer
venuto
Ma questo strano dottor Franz Anton Mesmer non è soltanto un uomo di dottrina, amico dell'arte e degli artisti: è anche un uomo molto ricco. Pochi borghesi di Vienna potevano vantarsi di possedere allora una casa così elegante e ospitale come quella della Landstrasse n. 261, una vera e propria minuscola Versailles sulle rive del Danubio. Nel parco spazioso e quasi principesco gli ospiti trovano mille divertimenti in stile rococò, vialetti verdi coperti, boschetti, statue antiche, la casa degli uccelli, una piccionaia, e quel grazioso (purtroppo completamente sparito) teatro all'aperto in cui ebbe luogo il battesimo di Bastien und Bastienne, nonché un ampio bacino di marmo che vedrà più tardi le singolarissime scene delle cure magnetiche, e su un piccolo poggio il Belvedere dal quale si può ammirare il Danubio e il Prater. Non c'è da stupirsi che la società viennese, gaudente e chiacchierona, ami incontrarsi in questa bella casa, tanto più che il dottor Mesmer è fra i borghesi di maggior conto da quando ha sposato la vedova del Consigliere aulico Van Bosch, fornita di ben trentamila fiorini. La sua tavola, ce lo racconta Mozart, è sempre imbandita per tutti gli amici e conoscenti. Si mangia e si beve ottimamente in casa di quest'uomo gioviale e interessante, e non mancano neppure i godimenti dello spirito. Qui, per esempio, molto prima della stampa, leggendo le partiture manoscritte vengono eseguiti i nuovi quartetti, le arie e le sonate di Haydn, di Mozart e di Gluck, amici di casa, nonché le novità di Piccini e di Righini. Chi invece preferisce parlare di argomenti intellettuali, piuttosto che ascoltar musica, troverà pure nel padron di casa un compagno di cultura universale. Il calunniato Franz Anton Mesmer può infatti tener alta la fronte
anche in mezzo ai dotti.
Quando egli, figlio di un cacciatore del vescovado, nato il 23 maggio 1734 a Iznang sul Lago di Costanza, si trasferisce a Vienna per completare la sua istruzione, è già dottore in filosofia e studiosus emeritus di teologia a Ingolstadt. Ma questo non basta al suo spirito inquieto. Al pari del famoso dottor Faust, vorrebbe afferrare la scienza da tutti i suoi capi. A Vienna comincia a studiar legge, per rivolgersi poi definitivamente alla quarta Facoltà, alla medicina. Il 27 maggio 1766 Franz Anton Mesmer, quantunque già due volte laureato auctoritate et consensu illustrissimorum, perillustrium, magnificorum, spectabilium, clarissimorum Professorum, viene di nuovo solennemente promosso dottore in medicina, e il maggior esponente della scienza teresiana, il celeberrimo professore e medico di Corte Van Swieten, sottoscrive il suo diploma accademico. Tuttavia Mesmer, divenuto ricco per matrimonio, non pensa affatto a trar ducati dalla sua nuova professione. Non ha fretta di crearsi una clientela di pazienti e preferisce tener dietro da dilettante alle scoperte più rinomate nei campi della geologia, della fisica, della chimica e della matematica, inseguire i progressi della filosofia astratta, e prima di tutto della musica. Egli stesso suona il piano e il violoncello, ed è il primo che introduce l'armonica di vetro, per la quale Mozart più tardi comporrà appositamente un Quintetto. Ben presto le serate musicali in casa Mesmer contano fra le preferite nella Vienna intellettuale e, con il salotto musicale del giovane Van Swieten sul Tiefen Graben, dove si incontrano ogni domenica Haydn, Mozart e, più tardi, anche Beethoven, la sua casa nella Landstrasse 261 è considerata il più eletto rifugio dell'arte e della scienza.
No, quest'uomo tanto calunniato, cui più tardi vorranno perfidamente imprimere il marchio dell'ignorante e del ciurmadore, non è il primo venuto: lo sente subito chiunque lo avvicini. Già esteriormente si fa notare in ogni società per la statura alta, l'atteggiamento imponente, l'ampia e nobile fronte. Quando a Parigi entra in un salone accanto all'amico Cristoforo Villibaldo Gluck, tutti gli sguardi si voltano curiosi verso questi due alemanni che superano di tutto il capo la statura normale. Purtroppo i pochi ritratti rimastici danno un'insufficiente impressione della sua fisionomia; tuttavia si vede che il volto è di linee armoniche e belle, il labbro carnoso, il mento pieno ed energico, la fronte meravigliosamente arcuata sulla chiara limpidità degli sguardi. Una sicurezza riposta irraggia da questa figura possente, che raggiungerà in perfetta salute l'età dei Patriarchi. Nulla di più errato, dunque, che immaginarsi il grande magnetizzatore come un mago, una figura demoniaca dall'occhio inquieto, dai lampeggiamenti diabolici, come uno Svengali o un dottor Spallanzani. Al contrario, quella su cui tutti i contemporanei insistono come sua caratteristica, è la pazienza salda e incrollabile. Piuttosto di sangue lento che caldo, più tenace che battagliero, questo solido svevo considera e osserva in tutta calma i fenomeni, e allo stesso modo con cui attraversa una camera con passo tranquillo, misurato e pesante, procede senza fretta e con grande decisione nelle sue ricerche da un'osservazione all'altra: senza fretta, imperturbabile. Non pensa con improvvise intuizioni lampeggianti e accecanti, ma attraverso conclusioni prudenti e appunto per questo incrollabili. Non c'è contraddizione, amarezza, che valga a scalfire la calma della sua epi
dermide resistente. Questa impassibilità, questa tenacia, questa grandiosa e salda pazienza rappresentano il genio specifico di Mesmer. Solo al suo riserbo insolitamente modesto, alla sua bonaria assenza di vanità, dobbiamo lo strano fenomeno per cui un personaggio a un tempo notevole e ricco può avere a Vienna tanti amici e nessun nemico. Tutti ne vantano la dottrina, l'indole simpatica e alla mano, la larga generosità, la mente aperta: Son ame est comme sa découverte: simple, bienfaisante et sublime. Persino i suoi colleghi, i dottori viennesi, apprezzano Franz Anton Mesmer quale medico eccellente: per la verità solo fino all'istante in cui ha l'audacia di cercare una propria via e di fare scoperte che commuovono il mondo senza il loro permesso. Allora, d'un tratto, è finita la benevolenza e scoppia una lotta per la vita e per la morte.
Nell'estate 1774 un distinto forestiero è di passaggio a Vienna con sua moglie e questa, colpita da improvvisi crampi allo stomaco, prega il noto astronomo gesuita Maximilian Hell, di prepararle a fine curativo una calamita di forma maneggevole per mettersela sullo stomaco. Che nel magnete sia insita una singolare energia terapeutica, persuasione per noi alquanto strana, è un assioma della medicina magica e simpatetica del Medioevo. L'antichità è sempre rimasta sconcertata dall'ostinato modo di comportarsi della calamita - Paracelso la chiamerà più tardi "il monarca di tutti i segreti" - giacché questo bizzarro elemento minerale rivela proprietà assolutamente singolari. Il piombo e il rame, l'argento, l'oro e lo stagno, il ferro comune sono inanimati e obbediscono senza alcuna vita propria esclusivamente alla legge di gravità, mentre il magnete, unico fra tutti, rivela quasi qualcosa di psichico, una sua propria attività indipendente. Il ferro magnetizzato attira a sé, con prepotenza, l'altro ferro inerte; unico soggetto fra meri oggetti, è in grado quasi di manifestare una volontà personale e fa perfino intuire una condotta arbitraria, quasi obbedisca a leggi universali diverse da quelle terrestri, forse a leggi astrali. A forma di lancetta, rivolge imperterrito il suo indice verso il Polo e sembra veramente che conservi nel mondo terreno un remoto ricordo della sua origine meteorica. Caratteristiche tanto sorprendenti e uniche, dovevano, come è naturale, affascinare sin dalle origini la classica filosofia della natura. E, dato che lo spirito umano ha la tendenza a pensare sempre per analogie, i medici del Medioevo attribuirono al magnete un'energia simpatetica. Per secoli hanno sperimentato se non sia capace di estrarre da un corpo umano n
on solo schegge di ferro, ma anche certe malattie. Dovunque regnino ombre scure, lo spirito indagatore di Paracelso interviene con il suo acuto occhio di lince. La sua fantasia errabonda, talvolta ciarlatanesca, talvolta geniale, trasforma con disinvoltura quelle vaghe ipotesi dei predecessori in una certezza appassionata. Alla sua mente pronta a infiammarsi sembra già dimostrato che, accanto all'energia propria dell'ombra (accanto cioè all'elettricità ancora embrionale), la forza del magnete riveli l'esistenza di una natura siderea, connessa agli astri, entro il corpo terreno, "adamitico", dell'uomo. Così inscrive senz'altro il magnete nella lista dei medicamenti infallibili. "Affermo chiaro e aperto, in base a quanto ho constatato sperimentando il magnete, che in esso è celato un alto segreto, senza del quale non si giunge ad alcun risultato di fronte a molte infermità". In un altro punto asserisce: "Il magnete era da un pezzo a disposizione di tutti, ma nessuno ha pensato di servirsene e di vedere se, oltre a quella di attirare il ferro, esso possedesse altre energie. Gli stulti doctores vengono spesso a rimproverarmi di non voler seguire gli antichi: ma in che cosa dovrei seguirli? Tutto quello che essi hanno detto del magnete non è nulla. Ponete sulla bilancia quello che ve ne dico io, e poi giudicate. Se io avessi ciecamente seguito gli altri senza iniziare esperimenti per conto mio, neanch'io ne saprei più di quello che ogni contadino è capace di vedere: che esso attira il ferro. Ma un uomo saggio deve sperimentare da sé e così ho trovato che il magnete possiede, oltre a questa forza evidente, un'altra energia segreta". Anche sul metodo da seguire per usare il magnete in terapia, Paracelso impartisce con la sua solita disinvoltura in
dicazioni precise: afferma che nella calamita si distingue un ventre (polo positivo) e un dorso (polo negativo), così che essa, applicata opportunamente, può far passare per tutto il corpo la propria energia. Questo metodo curativo, che in realtà anticipa con singolare presagio la forza della corrente elettrica, all'epoca neppure sospettata, viene definito da quel galletto prepotente "più importante di tutto ciò che i galenisti in vita loro abbiano mai insegnato. Se invece di tante vanterie avessero studiato davvero la calamita, avrebbero ottenuto qualcosa di meglio delle loro chiacchiere dotte e rumorose. Il magnete guarisce i flussi dell'occhio, dell'orecchio, del naso e i mali delle membra. Nello stesso modo si possono guarire anche le fistole, le piaghe, il cancro, le emorragie delle donne. Il magnete inoltre restringe le fratture, guarisce le rotture, estrae l'itterizia e trattiene l'idropisia, come spesso ho constatato nella pratica. Ma in verità non vale la pena masticare le cose per la bocca degli ignoranti". La nostra medicina odierna non potrà certo prendere sul serio questo roboante proclama di Paracelso, ma ciò che egli ha detto è diventato per due secoli nella sua scuola legge e rivelazione. Così i suoi discepoli, insieme con tante altre scorie ed erbacce della sua stregoneria, hanno servito e continuato con reverenza anche la dottrina dell' energia terapeutica della calamita. Il suo discepolo Helmont, e dopo di lui Goclenius, che nel 1608 pubblicò un Tractatus de magnetica cura vulnerum, sostengono appassionati, sulla fede di Paracelso, la virtù curativa organica del ferro calamitato. Parallelamente alla medicina ufficiale, esiste dunque da allora, quale corrente sotterranea, il metodo curativo magnetico. Uno di questi prosel
iti anonimi, qualche dimenticato campione della medicina simpatetica, probabilmente avrà consigliato alla straniera in viaggio l'applicazione di una calamita.
Il padre gesuita Hell cui si era rivolta, è un astronomo e non un medico. A lui non interessa sapere se la calamita abbia davvero una certa efficacia curativa contro i crampi dello stomaco: egli pensa soltanto a foggiare la calamita in forma adatta. Così fa, e intanto riferisce al suo dotto amico Franz Anton Mesmer lo strano caso. Mesmer, sempre novarum rerum cupidus, sempre smanioso di apprendere e di sperimentare nuovi metodi scientifici, prega l'amico Hell di tenerlo al corrente degli effetti della cura. Appena apprende che i crampi allo stomaco sono spariti completamente, va a trovare la paziente ed è stupefatto dell'immediato sollievo avvertito applicando il magnete. Il metodo lo interessa. Subito decide di sperimentarlo a sua volta. Si fa preparare da Hell alcune calamite di forma simile e inizia dei tentativi con una serie di pazienti, applicando loro l'acciaio magnetizzato a ferro di cavallo ora sul collo, ora sul cuore, ma sempre poi anche sulla parte sofferente. Cosa strana, in molti casi ottiene così, con sua stessa sorpresa, successi curativi inattesi e imprevisti, in particolar modo lo colpiscono quelli di una certa signorina Oesterlin, che guarisce dai crampi, e del professore di matematica Bauer. Un semplice ciarlatano avrebbe subito fatto fracasso, annunciando a gran voce la scoperta di un talismano miracoloso: la calamita. Sembra tutto chiaro come il sole, semplicissimo: in caso di crampi o di crisi epilettica, basta porre sul corpo del paziente il ferro di cavallo magico, senza badare al come e al perché, ed ecco che il miracolo della guarigione è bell'e raggiunto. Ma Franz Anton Mesmer è un medico, uno scienziato, il figlio di una nuova epoca, abituato a ragionare per nessi causali. Non gli basta la constatazion
e lampante che il magnete ha giovato in modo quasi miracoloso a una serie di malati: medico severo e riflessivo, appunto perché non crede ai miracoli, vuole spiegare a se stesso ed gli altri come mai il misterioso minerale possa provocarli. Sinora con il suo esperimento non ha in mano che un denominatore del problema enigmatico: la ripetuta efficacia del magnete. Per la deduzione logica gli manca ancora l'altra cifra, la spiegazione causale. Solo allora il nuovo problema scientifico sarebbe non soltanto enunciato, ma anche risolto.
Ma guarda stranezza: un caso diabolico pare mettergli sott'occhio l'elemento cercato. Circa dieci anni prima, nel 1766, proprio Franz Anton Mesmer aveva conseguito la laurea in medicina con una dissertazione singolare, colorata di misticismo, intitolata De planetarum influxu in cui, ammettendo secondo l'astronomia medioevale un'efficacia degli astri sull'individuo, sosteneva la tesi che una certa energia misteriosa "sparsa negli ampi spazi celesti, agisse sull'elemento interiore di ogni materia, e che un etere primario, un fluido misterioso, compenetrasse l'intero cosmo e con esso anche l'uomo". A questo fluido primordiale, il prudente laureando attribuiva la designazione molto indeterminata di gravitas universalis.
È probabile che l'uomo maturo avesse quasi dimenticato quella sua ipotesi giovanile. Ma quando, tentando casualmente le sue cure con il magnete (che è una pietra meteorica, derivante cioè dagli astri), riscontra un'inspiegabile efficacia, vengono a congiungersi d'un tratto nella sua mente in un'unica teoria i due elementi, quello empirico e quello ipotetico, la paziente guarita dalla calamita e la tesi della sua dissertazione. Ora Mesmer crede di vedere confermato da quella invisibile influenza curativa il suo concetto filosofico e crede anche di aver trovato una denominazione migliore all'indeterminata gravitas universalis: è la forza magnetica, alla quale l'uomo obbedisce come le stelle dell'Universo. "L'elemento magnetico, dunque", così proclama gioiosamente nella sua frettolosa compiacenza di scopritore, "è la gravitas universalis, è "il fuoco invisibile" di Ippocrate, è lo spiritus purus, ignis subtilissimus che compenetra come una corrente feconda l'etere-cosmo insieme alla cellula del corpo umano!" Il ponte, da tanto tempo cercato, che unisce il mondo astrale all'umanità, nell'ebrezza del momento, gli appare finalmente trovato. La scintilla ha provocato l'accensione. Il contatto fortuito di un'esperienza con una teoria determina in Mesmer l'esplosione di un pensiero. Ma il primo colpo andrà in una direzione sbagliata. Nel suo entusiasmo impaziente, Mesmer crede infatti di aver trovato nel ferro calamitato, il rimedio universale, la pietra filosofale: un errore, un sofisma determina e inizia il suo cammino. Ma questo errore è fecondo. E poiché Mesmer non lo perseguirà con cieca passione, bensì, secondo il suo carattere, procedendo, passo passo, riuscirà ad andare oltre. Passerà per molte vie tortuose e inutili. Tuttavia, mentre gli altri s
i adagiano ignavi sugli antichi metodi, questo solitario procede a tastoni nell'oscurità e si fa lentamente strada, uscendo dalle concezioni puerili del Medioevo verso la mentalità moderna.
Ecco che Franz Anton Mesmer, fino ad oggi null'altro che un medico e un dilettante di belle arti, possiede un'idea vitale, o meglio, ne è posseduto. Fino al suo ultimo respiro diviene l'esploratore tenace di questo perpetuum mobile, di questa forza impulsiva dell'Universo. La vita, il patrimonio, la considerazione del mondo, il tempo: tutto dedica e offre unicamente a questa sua idea prima. In tale ostinazione rigida, eppure ardente, sta la grandezza e la tragedia di Mesmer, giacché ciò che egli cerca, il magico fluido universale, non potrà mai scoprirlo in modo dimostrabile. E ciò che scopre, una nuova psicotecnica, non l'ha affatto cercato né mai, in vita sua, completamente riconosciuto. Così gli tocca una sorte stranamente e amaramente analoga a quella di un suo contemporaneo, l'alchimista Bottger, che in prigionia vuol produrre l'oro chimico e invece, fortuitamente, scopre qualcosa di assai più importante: la porcellana. Nell'uno e nell'altro caso, l'idea iniziale mette in moto soltanto una forza propulsiva dell'animo, mentre la scoperta viene svelandosi da sé, gradatamente, attraverso l'appassionata tenacia degli esperimenti. Mesmer da principio ha soltanto l'idea filosofica di un fluido universale. La calamita. Ma il raggio d'azione del magnete è relativamente scarso, e di questo il dottore si rende conto sin dai primi tentativi. La forza d'attrazione non va oltre pochi pollici. Tuttavia l'intuito mistico di Mesmer non si lascia scoraggiare, nella fede che in essa si celino energie latenti ancor più efficaci, le quali potranno venire estratte con arte e sfruttate con un'opportuna applicazione. Così egli comincia i più strani esperimenti. Invece di porre senz'altro, come aveva fatto quell'inglese, il ferro calamitato sulla parte dole
nte, applica ai suoi pazienti due magneti, uno in alto a sinistra l'altro in basso a destra, affinché il fluido misterioso attraversi l'intero corpo e ristabilisca così, con un'alta e bassa marea, l'armonia conturbata. Per aumentare la sua stessa influenza egli non solo porta appeso al collo, in un sacchetto di cuoio, una calamita, ma trasmette poi la corrente dell'energia salutare a tutti gli oggetti possibili. Magnetizza l'acqua e poi fa che i malati vi si immergano e la bevano; magnetizza, soffregandoli, piatti e tazze di porcellana, abiti e letti; magnetizza gli specchi perché irraggino il fluido magico; magnetizza gli strumenti musicali affinché le vibrazioni armoniche trasmettano la forza risanatrice. Con crescente fanatismo si aggrappa alla sua idea fissa, che sia possibile (come più tardi sarà per la forza elettrica) trasmettere l'energia magnetica attraverso conduttori, concentrarla in bottiglie e raccoglierla in accumulatori. Così finisce per costruire il famoso "mastello della salute", il tanto deriso baquet, una grande tinozza di legno coperta in cui due file di bottiglie piene d'acqua magnetizzata sono poste in direzione convergente verso una sbarra di acciaio di cui il malato può portare sulla parte dolente le punte mobili di raccordo. Intorno a questa batteria magnetica si dispongono i malati toccandosi reciprocamente con le punte delle dita, in modo da formare una catena, giacché Mesmer crede di aver stabilito che la corrente si rafforza ancor più passando attraverso parecchi organismi umani. Ma neppure gli esperimenti diretti sugli individui gli bastano: ben presto dovranno intervenire cani e gatti, e infine persino gli alberi del suo parco e la grande fontana, nelle cui acque i pazienti, uniti agli alberi per mezzo di f
uni, verranno a immergere i piedi nudi, mentre il Maestro suona la sua armonica di vetro, pure magnetizzata, per rendere con quei ritmi delicati e soavi più accessibili i nervi malati al balsamo universale. Imbroglio, assurdità, puerilità, dice senz'altro il nostro sentimento pieno di sdegno o di pietà di fronte a queste stravaganze, e involontariamente si è indotti a rievocare Cagliostro e altri ciarlatani. I primi esperimenti di Mesmer - perché attenuare la verità? - procedono incespicando a casaccio, impigliandosi senza alcuna direttiva nel folto degli indistricabili roveti medievali. A noi posteri è facile giudicare una perdita di tempo il tentativo di trasferire l'energia magnetica, agli alberi, all'acqua, agli specchi e agli strumenti, soffregandoli e volere con ciò ottenere delle guarigioni. Ma, per non cadere nell'ingiustizia, dobbiamo lealmente tener conto dello stato delle nozioni fisiche in quel tempo. Tre nuove forze eccitavano la curiosità della scienza, tre forze allora neonate, ma ciascuna pari a un Ercole nella culla. Per mezzo della pentola papiniana, per mezzo delle nuove macchine di Watt, si cominciava ad avere una prima nozione della forza motrice del vapore, della possente massa energetica dell'atmosfera, che alle generazioni precedenti era apparsa soltanto un nulla passivo, un gas universale, innafferrabile e incolore. Soltanto un decennio più tardi il primo areostato eleverà un uomo al di sopra della terra; ancora un quarto di secolo e per la prima volta il battello a vapore vincerà l'altro elemento, l'acqua. Ma allora la forza inaudita dell'aria compressa o rarefatta era percepibile soltanto negli esperimenti di laboratorio, e non meno minuscola e timida si rivelava l'elettricità. Come viene considerato, nel 1775, i
l fenomeno elettrico? Volta non ha ancora fatto la sua osservazione decisiva; per ora si riesce soltanto a provocare con batterie-giocattolo qualche inutile scintilla azzurra e a trasmettere alle dita deboli riflessi di energia. Ecco tutto quello che l'epoca di Mesmer sa di questa nuova forza creativa, non più e non meno che del magnetismo. Tuttavia bisogna dire che nell'animo umano sorgeva allora un'ansia sempre più viva, il senso che in avvenire con una di queste forze, forse con il vapore compresso, forse con la batteria elettrica o magnetica, si sarebbe potuto trasformare il mondo e assicurare ai mammiferi bipedi il predominio sulla terra per milioni e milioni di anni; presagio di quelle energie, che inondano le nostre città di luce, che percorrono i cieli e trasmettono, nell'infinitesima frazione di un secondo, la voce dall'equatore al polo. Questi modestissimi inizi sono pur sempre germi di forze gigantesche e il mondo ne ha già la coscienza. Le ha intuite anche Mesmer, ma egli, come il Principe nel Mercante di Venezia, per sua sventura sceglie fra i tre scrigni quello sbagliato, e fa convergere l'impaziente smania e speranza di progresso del suo tempo sull'elemento più debole, sul magnete: certamente un errore, ma pur sempre comprensibile e spiegabile storicamente e umanamente. Non ci stupiranno dunque i primi metodi di Mesmer, la sua mania di magnetizzare con il contatto, il suo famoso mastello; ci stupirà soltanto l'incredibile efficacia terapeutica conseguita dal suo procedimento, ottenuta da una sola persona con quell'inutile pezzo di calamita. Ma anche tali cure, in apparenza miracolose, si rivelano psicologicamente spiegabili, nient'affatto eccezionali; giacché, molto probabilmente, anzi senza alcun dubbio, sino dall'al
ba di ogni arte medica l'umanità sofferente è stata guarita dalla suggestione molto più di quanto sappiamo e di quanto la scienza sia disposta ad ammettere. Si può constatare nella storia che mai alcun metodo terapeutico fu tanto assurdo da non giovare per un certo tempo, in grazia della fede suscitata in alcuni infermi. I nostri avi e proavi sono stati curati e guariti da medicamenti che la nostra medicina deride e compatisce, quella stessa medicina i cui procedimenti verranno forse dichiarati inefficaci, e forse anche pericolosi, con lo stesso sorriso di superiorità dalla scienza di domani.
Dovunque si verifica una guarigione sorprendente, la suggestione vi ha recato il suo possente contributo. Dalle formule di scongiuro dell'antichità sino alla teriaca e allo sterco di sorcio cotto del Medioevo, sino al bastone magico di un qualunque Zeileis, i metodi curativi di tutti i tempi traggono buona parte della loro efficacia della capacità di suscitare la volontà di guarigione dell'infermo al punto da rendere quasi indifferente lo strumento trasmettitore di questa fede, sia esso la calamita, la sanguisuga o l'iniezione. Ciò che vale è soltanto la forza interiore con cui il malato va incontro alla medicina. Non è quindi miracoloso, ma del tutto logico e naturale, che l'ultima fra le cure scoperte sia sempre quella che ottiene i successi più inattesi, giacché ad essa appunto, nuova e ignota, si volge fiduciosa la speranza dei credenti. Così è anche per Mesmer. Basta che si riveli in alcuni casi particolari il valore curativo della sua calamita, perché la fama di Mesmer, salvatore infallibile, faccia il giro di Vienna e di tutta l'Austria. Da vicino e da lontano si accorre in pellegrinaggio al mago del Danubio; tutti vogliono farsi sfiorare dal magnete miracoloso. Principi e signori fanno venire il medico viennese ai loro castelli, nelle gazzette si pubblicano relazioni sul nuovo metodo, si discute, si disputa, si esalta, si denigra l'arte di Mesmer. Ma l'importante è che tutti vogliono sperimentarla, o almeno conoscerla. Gotta, convulsioni, ronzio d'orecchi, paralisi, crampi allo stomaco, disturbi mestruali, insonnia, mali epatici: le mille e mille malattie ribelli ad ogni cura, vengono guarite dal famoso magnete; miracoli su miracoli avvengono nell'ospitale dimora della Landstrasse 261.
Dopo poco più di un anno da quando la curiosità di Mesmer è stata richiamata casualmente da quella signora straniera sulla virtù singolare della calamita, la sua fama è giunta già tanto lontano, anche fuori dei confini austriaci, che gli pervengono da Amburgo, Ginevra, e dalle città più remote richieste di colleghi, perché voglia spiegare il metodo e l'applicazione di una cura vantata come tanto efficace, rendendo loro possibile praticarla e farne un accurato controllo. Non solo, ma - pericolosa tentazione per l'orgoglio di Mesmer - i due dottori con cui si confida per iscritto, tanto il dottor Unzer di Altona come il dottor Harsu di Ginevra, confermano senza riserve la grandiosa efficacia terapeutica da loro raggiunta seguendo il metodo mesmeriano. Ambedue, spontaneamente, danno alle stampe un opuscolo entusiasta intorno alla cura magnetica. Grazie a simili non richiesti riconoscimenti, Mesmer trova seguaci sempre più ferventi; e alla fine gli giunge persino una chiamata dal Principe Elettore di Baviera. Quello che si è verificato con tanta sua sorpresa a Vienna, si riproduce in modo non meno stupefacente a Monaco. L'applicazione della calamita ottiene in quest'ultima città un tale impressionante successo in un caso di paralisi totale e di debolezza visiva del Consigliere Accademico Osterwald, che costui nel 1776 pubblica ad Augusta un rapporto su tale guarigione: "Tutto ciò che egli ha ottenuto in diversi casi di malattia fa supporre che abbia scoperto una delle più segrete forze naturali". Con precisione clinica il guarito descrive le condizioni disperate in cui lo aveva trovato Mesmer e come d'un tratto la cura magnetica lo abbia liberato da sofferenze antiche e pervicaci, ribelli sino ad allora a ogni trattamento medico. Quasi a preve
nire ogni eventuale riserva da parte scientifica, quel signor Consigliere Accademico aggiunge molto assennatamente: "Se poi qualcuno mi vorrà dire che il problema dei miei occhi era pura immaginazione, ne sono contento e non chiederò ad alcun medico di questo mondo se non di riuscire a farmi immaginare di essere perfettamente sano".
In seguito a questo indiscutibile e grande successo, Mesmer ottiene il primo e l'ultimo suo riconoscimento ufficiale. Il 28 novembre 1775 l'Accademia Bavarese lo proclama solennemente suo membro, "avendo accertato che le fatiche di un personaggio così eccellente, il quale ha eternato la sua fama con prove singolari e innegabili di dottrina inattesa e utilissima, contribuiranno non poco a darle lustro". Nel corso di un solo anno Mesmer ha ottenuto piena vittoria e potrebbe dichiararsene soddisfatto: un'Accademia, una dozzina di medici e centinaia di pazienti pieni di estatica gratitudine, attestano inequivocabilmente l'efficacia della calamita. Ma proprio nel momento in cui testimoni disinteressati danno ragione a Mesmer, è lui che dà torto a se stesso. Nel corso di quell'anno ha riconosciuto il suo errore iniziale, e cioè che non è affatto il ferro magnetizzato tenuto dalle sue mani bensì le mani stesse ad avere efficacia. Scopre insomma che il singolare influsso sui soggetti malati non emana dal minerale inerte di cui si serve, ma da lui, dalla creatura viva; che non è il magnete il mago della salvezza, ma il magnetizzatore. Con tale constatazione il problema assume d'improvviso un nuovo indirizzo: ancora un passo avanti e si potrebbe scoprire nella sua vera causalità l'influsso personale.
Ma il geniale intuito di Mesmer non è abbastanza grande da superare un secolo intero. Egli procede modestamente, a passo a passo, attraverso molte deviazioni ed errori. Gettando via lentamente ma con decisione la sua pietra magica, il suo misterioso magnete, si è liberato dal magico pentagramma del miracolismo medioevale: ha ormai raggiunto il punto in cui la sua idea diviene comprensibile e feconda.
È difficile stabilire quando esattamente Mesmer si sia deciso a tale essenziale trasformazione del suo metodo curativo. Però già il fortunato paziente Osterwald riferisce nel 1776, dalla Baviera, che il "dottor Mesmer ora compie la maggior parte delle cure senza calamita, con il semplice sfioramento, sia mediato che immediato, delle parti ammalate". È bastato dunque meno di un anno perché Mesmer si accorgesse che il ferro magnetizzato della cosidetta cura magneticè superfluo. Anche se egli pratica soltanto con la mano questo massaggio lungo i nervi, gli infermi ne traggono lenimento o eccitazione. Basta che Mesmer tocchi i pazienti perché i loro nervi abbiano improvvise contrazioni e perché si verifichi, senza che intervenga la medicina e nessuno strumento, una trasformazione prima eccitante e poi calmante nell'organismo. Non può dubitarne più a lungo: dalla sua mano irraggia una forza assolutamente ignota, qualcosa di ben più misterioso che non l'energia magnetica, di cui non si trova spiegazione, né in Paracelso né nella storia della medicina antica o recente. Così lo scopritore se ne sta stupefatto di fronte alla sua stessa scoperta: invece del metodo magnetico, ha trovato un metodo nuovo. A questo punto Mesmer avrebbe dovuto dire lealmente: "Ho sbagliato, il magnete non serve a niente; tutta la forza che gli attribuivo in realtà non gli spetta e l'efficacia curativa da me ogni volta ottenuta, con mio stesso stupore, si appoggia ad elementi anche per me incomprensibili". Naturalmente avrebbe dovuto smettere di chiamare la sua cura "magnetica" e far piazza pulita di tutta la grottesca messa in scena di bottiglie magnetizzate, di tinozze preparate, di tazze magiche, di alberi calamitati; di tutto ciò che è un Hocus pocus assolutamente superfluo.
Ma quanti sono gli uomini che nella vita politica, nella scienza, nell'arte, nella filosofia, trovano il coraggio di ammettere chiaramente che le loro opinioni di ieri erano assurde ed errate? Neppure Mesmer ha questo coraggio. Invece di rinunciare chiaramente alla teoria insostenibile di una forza curativa insita nella calamita, sceglie una ritirata tortuosa. Comincia a destreggiarsi equivocamente con il concetto di "magnetico", dicendo che il minerale calamitato non serve, ma che d'altra parte quel che è efficace nelle sue cure è pur magnetismo, un "magnetismo animale", cioè quell'energia latente nella persona viva analoga alla forza misteriosa dell'inerte metallo. Con grande diffusione e confusione si sforza di far credere che non sono avvenuti mutamenti essenziali nel suo sistema. Ma in realtà questo concetto nuovo di magnetismo "animale" è infinitamente lontano dalla metallo-terapia sinora predicata, e da questo momento in poi bisognerà tenere gli occhi bene aperti per non lasciarsi confondere dall'equivoco verbale, creato ad arte. Dal 1776 in poi, quando Mesmer parla di "magnetizzare" non intende più sfiorare o influenzare il malato con una calamita, ma esclusivamente far agire su altri individui la misteriosa forza umana ("animale") che irradia dalle estremità dei nervi della mano. E se fino ai giorni nostri gli astuti praticoni, applicando simili massaggi simpatetici, si fanno ancora chiamare "magnetopati", si attribuiscono un nome che non ha fondamento, giacché nessuno di loro probabilmente ha mai posseduto un pezzo di calamita. La loro cura si basa esclusivamente sull'influenza della personalità, cioè sulla terapia per fluido o suggestione.
Mesmer dunque, dopo appena un anno dalla scoperta, è già riuscito a liberarsi dal suo errore più pericoloso; ma quanto era bella e comoda quell'illusione! Allora aveva creduto che di fronte ai crampi o alle crisi nervose bastasse appoggiare sul corpo del paziente un pezzo di calamita, e farlo poi rigirare con abilità, per ottenere subito una guarigione. Ora, invece, sparita la fede nella virtù magica del magnete, lo studioso si trova senza una spiegazione di fronte alle cure miracolose che riesce a fare ogni giorno con il semplice contatto delle mani. Da quale elemento avrà mai origine l'efficacia incredibile da lui constatata quando sfiora le tempie degli ammalati, quando provoca in loro, con determinati moti circolari lungo i muscoli, improvvisi e inspiegabili sussulti e tremiti nervosi? È un fluido, una force vitale che emana da lui, dall'organismo di Franz Anton Mesmer? Ed ecco un nuovo problema: questa corrente è specifica della sua persona, o emana allo stesso modo da qualunque individuo? Si può intensificare con la volontà, distribuire o rafforzare per mezzo di altri elementi? E come può avvenire tale trasmissione di energia? Per via spirituale (animistica), o per qualche espansione chimica, qualche evaporazione di minime particelle invisibili? È una forza terrena o divina, è fisica o spirituale, viene dalle stelle o è la più intima essenza del nostro sangue, prodotto della nostra volontà? Mille problemi assalgono d'un tratto quest'uomo semplice, non eccessivamente profondo, quest'osservatore modesto e attento; mille problemi cui egli non si sente adeguato e i quali del resto, il più essenziale, se cioè le cosiddette guarigioni magnetiche abbiano luogo per via animistica o per un fluido, non ha a lungo trovato risposta. In che labir
into si è mai venuto a cacciare ingenuamente, il giorno in cui ha voluto imitare l'assurda cura con il ferro di cavallo calamitato di quella straniera; come l'ha portato lontano quel primo passo! Per anni e anni ancora non vede diradarsi la selva. Di una cosa soltanto è certo, una cosa soltanto sa, per stupita esperienza, e su quella erige tutta la sua teoria: sovente in molte crisi la creatura viva può aiutare, un'altra creatura meglio di tutti i medicamenti chimici, con la sua semplice presenza e con la sua influenza nervosa. "Di tutti i corpi della natura, è l'uomo stesso che ha maggiore efficacia sull'uomo". La malattia, nel suo concetto, è un turbamento dell'armonia individuale, una pericolosa interruzione nel ritmico alternarsi fra l'alta e la bassa marea. Ma in ogni uomo sussiste un'intima forza risanatrice, la volontà di guarire, un eterno, imperioso istinto di vita che aiuta a respingere ogni morbosità. Aumentare la volontà di guarigione (che di fatto è stata troppo a lungo trascurata da una medicina meccanizzata) valendosi di influssi magnetici (oggi diremmo suggestivi), è appunto la missione della nuova scienza medico-magnetica.
Secondo la concezione mesmeriana, psicologicamente del tutto accettabile e che poi troverà nella Scienza Cristiana la sua fase superlativa, la volontà psichica di salute può ottenere realmente guarigioni miracolose: il dovere del medico è provocare e determinare quei miracoli. Il seguace della terapia magnetica non fa, in fondo, che spingere i nervi esausti all'impeto decisivo; egli carica e forza la batteria difensiva interiore dell'organismo. In tale tentativo di aumentare l'energia vitale, ci insegna Mesmer, non bisognerà spaventarsi se i sintomi morbosi, invece di sparire, da principio diventano più intensi e convulsivi, giacché questo è appunto il fine di ogni giusta cura magnetica: spingere la morbosità sino al suo grado estremo, sino alla crisi e al crampo. Non è difficile riconoscere in questa celebre "teoria della crisi" di Mesmer l'analogia con l'esorcismo antidiabolico praticato nel Medioevo e con i metodi per fugare il Maligno del ben noto Padre Gassner. Senza averne coscienza Mesmer, dal 1776 in poi, pratica vere e proprie cure suggestive e ipnotiche, e il mistero primo dei suoi successi sta nella veemenza della sua personalità particolarmente impressionante ed energica, davvero quasi magica. Comunque, per poco che Mesmer si rende conto di ciò che effettivamente entra in ballo nella sua azione, alcuni importanti princìpi della psicologia sono stati fissati in quei primi anni da quest'uomo singolare, princìpi divenuti più tardi fondamentali per l'ulteriore sviluppo di quella scienza. Anzitutto Mesmer osserva che alcuni dei suoi pazienti sono particolarmente sensibili al magnetismo (diremmo oggi che sono individui suggestionabili o medianici) mentre altri sono del tutto refrattari, ovvero che determinati individui servono da tras
mettitori della volontà e altri da ricevitori. Aumentando il numero dei partecipanti si determina un'intensificazione della forza, per effetto della suggestione collettiva. Con queste osservazioni Mesmer porta avanti d'un colpo le possibilità di differenziazione nella caratterologia del suo tempo: il prisma dell'anima sotto questa luce viene a rifrangersi in modo totalmente diverso e si presenta molto più ricco di colori. Una massa di nuovi spunti e di suggerimenti viene lanciata nell'età sua, quasi involontariamente, da un solo individuo inciampato per caso in un problema di proporzioni inaudite. Nessuno potrà offrigli la spiegazione di un fenomeno ancora sostanzialmente inspiegato: per quale motivo taluni individui, particolarmente dotati di energie mediche e magiche, possono ottenere con la semplice imposizione della mano e con l'influenza della loro personalità guarigioni inesplicabili alla scienza più sottile e profonda.
Ma i malati non stanno a domandare quale sia il fluido, o come e perché agisca; essi, attirati tumultuosamente dalla fama della novità e della singolarità del caso, accorrono a schiere. Ben presto Mesmer dovrà organizzare nella sua casa una specie di ospedale privato magnetico: gli giungono infermi persino da Paesi stranieri, perché hanno appreso la miracolosa guarigione della giovane Oesterlin, o hanno letto gli opuscoli traboccanti di gratitudine di altri suoi pazienti. È passato il tempo in cui nella bella casa della Landstrasse 261 si faceva musica e si tenevano festini: Mesmer, che praticamente non si era mai valso della sua laurea in medicina, lavora febbrilmente dalla mattina alla sera con i suoi bastoncini e i suoi strani congegni nella nuova fabbrica della salute. Attorno alla fontana di marmo del parco, là dove un tempo nuotavano vispi i pesci rossi, stanno ora fomando catena i malati, e immergono con fede i loro piedi nell'acqua miracolosa. Ogni giorno reca un nuovo trionfo delle cure magnetiche, ogni ora reca nuovi credenti. La fama dei miracoli ottenuti passa di bocca in bocca e ben presto l'intera capitale incuriosita non si occupa d'altro che del risorto Teofrasto Paracelso. Vi è però qualcuno che serba la sua calma freddezza in mezzo ai successi: è il dottor Mesmer, che esita ancora, a lungo, malgrado le insistenze degli amici, prima di osare una dichiarazione definitiva sul fluido misterioso. Alla fine traccia solo vagamente una prima teoria del magnetismo animale in 27 proposizioni basilari, ma si rifiuta ostinatamente dal farsi maestro di altri, fino a che sente di dover ancora, egli stesso, scrutare il segreto della propria scoperta.
IL ROMANZO DELLA SIGNORINA
PARADIES
A mano a mano che Franz Anton Mesmer raccoglie allori, va perdendo simpatie. Tutta la società intellettuale, i dotti e i professori, volevano bene a quest'uomo ricco di sapere, privo di ambizioni, agiato e ospitale, cordiale e mai superbo; sino al giorno in cui aveva giocherellato con le nuove idee soltanto da dilettante innocuo. Ora che Mesmer affronta una questione con tutta serietà, che i suoi nuovi metodi di cura suscitano scalpore, avverte d'un tratto nei suoi colleghi di Facoltà un'opposizione, dapprima celata e poi sempre più aperta. Invano invita gli antichi compagni di studio a visitare la sua clinica magnetica, per mostrar loro come non usi artifici e intrugli, bensì un sistema ben fondato: nessuno dei professori e dei dottori invitati si presta a una discussione obiettiva dello strano fenomeno. Questo genere di terapia con la punta delle dita, senza interventi clinici, senza medicamenti né ricette, questo trastullarsi con la bacchetta magica e le tinozze magnetiche, non può apparire - e fin qui si capisce - cosa molto seria. Dopo un certo tempo, Mesmer sente un soffio gelido coglierlo alle spalle. "La freddezza con cui vennero accolte le mie prime idee mi stupisce", scrive a un corrispondente a Monaco. Aveva lealmente sperato di trovare per lo meno dibattito e polemica da parte dei grandi dotti della sua seconda patria, dei numerosi amici nel mondo del sapere e dell'arte. Ma i venerabili accademici hanno dimenticato ogni spirito di solidarietà, non parlano con lui, si limitano a metterlo in burla e a schernirlo; dovunque, incontra una resistenza aprioristica che lo amareggia. Nel marzo 1776 torna a riferire al segretario dell'Accademia Scientifica Bavarese che la sua idea "a causa della novità è esposta a Vienna a persecuzioni
quasi generali" e due mesi più tardi aggiunge: "Io continuo a fare nel mio campo scoperte di fisica e di medicina, ma la mia speranza di vedere studiato e spiegato il mio sistema non può avverarsi per ora, perché debbo sostenere continue lotte contro i più bassi intrighi. Qui proclamano me un imbroglione e pazzi tutti quelli che in me credono; tale è la sorte di una nuova verità". È stato raggiunto anche lui dall'inevitabile destino di chi arriva troppo presto: l'immortale spirito conservatore delle Facoltà intuisce e osteggia in lui, con asprezza, una scoperta che sente vicina. Sottomano, a Vienna, comincia una campagna segreta e concentrica contro le cure magnetiche: compaiono in riviste francesi e tedesche - ovviamente, sempre anonimi! - articoli inviati da Vienna che mettono in ridicolo i metodi di Mesmer. Ma l'odio deve cercare ancora le vie traverse, giacché a un attacco aperto il contegno ineccepibile di Mesmer non offre alcun appiglio. Non è lecito chiamare intrigante, ignorante, medicastro, un dottore di due Facoltà che da oltre un decennio possiede un diploma di laurea firmato da autorità mediche come Van Swieten e Van Haen. E neppure lo si può accusare di truffa o sfruttamento di pazienti, giacché è ricco e cura la maggior parte dei suoi malati senza alcun compenso. Ma il peggio è che non si può neppure screditarlo quale ciarlatano o fanfarone: Mesmer non esagera in alcun modo la portata della sua scoperta. Mai egli afferma di aver trovato una terapia universale, che rende superfluo ogni altro trattamento medico: egli stabilisce anzi con cura i limiti del suo magnetismo animale, il quale può guarire direttamente soltanto malattie nervose ed eventualmente, solo per via indiretta, avere un'influenza anche su ulteriori fenomeni fisici.
Si direbbe che egli voglia accattivarsi la pazienza dei colleghi irritati, i quali amerebbero fare lo sgambetto all'incomodo innovatore.
Alla fine arriva l'occasione tanto cercata. La decisione è provocata dalla storia della signorina Paradies, piccolo romanzo facile a riplasmare in un dramma d'effetto, giacché ben di rado la storia di una malattia ha offerto uno scenario così impressionante. Maria Teresa Paradies, una giovinetta di fine ingegno, è considerata cieca inguaribile sino dal suo quarto anno di vita, in seguito a una paralisi dei nervi ottici, e la sua particolare abilità di pianista l'ha resa nota in tutta Vienna. L'Imperatrice ha accettato personalmente di esserle madrina; ha concesso anzi ai genitori della bimba-prodigio un assegno di duecento ducati e provvedeva inoltre ai suoi studi musicali. Più tardi la giovane ha dato molti concerti, uno perfino in presenza di Mozart, e un buon numero di sue composizioni inedite si trovano tuttora nella Biblioteca di Vienna.
Questa fanciulla viene fatta visitare da Mesmer. I migliori oculisti della capitale, il professor Barth, noto come operatore di cataratte, e il medico di Corte Stoerk da anni avevano cercato di guarirla senza alcun successo. Ma certi sintomi (contrazione convulsiva degli occhi che tendono in tali crisi a uscire dall'orbita, un'affezione della milza e del fegato, che provocano crisi simili alla follia), fanno presumere che la cecità della signorina Paradies non derivi dalla distruzione del nervo ottico, ma soltanto da un'anomalia di origine psichica. La conducono da Mesmer a titolo di esperimento. Questi constata l'irregolarità generale della sua costituzione nervosa e assegna pertanto il suo caso fra quelli eventualmente guaribili. Per sorvegliare con esattezza i progressi del trattamento magnetico, accoglie la paziente in casa sua, dove ne inizia la cura a titolo gratuito, insieme con due altre ammalate.
Sino a questo momento tutte le annotazioni dei contemporanei concordano perfettamente. Ma per il seguito esiste una contraddizione assoluta fra le affermazioni di Mesmer, il quale sostiene di averle restituito quasi completamente la facoltà visiva, e quelle dei professori che rinnegano ogni presunto miglioramento quale "immaginazione e ciurmeria" (questa parola imagination verrà ad avere una parte decisiva in tutti i successivi giudizi accademici su Mesmer). Naturalmente oggi, dopo tanto tempo, non riesce facile decidere fra due affermazioni così radicalmente opposte. A favore dei medici sta il fatto che Maria Teresa Paradies nel resto della sua vita non riacquistò più la vista; a favore di Mesmer, oltre la testimonianza pubblica, rimane il rapporto manoscritto del padre della cieca, che a me appare troppo immediato per essere respinto come un'impostura o un'invenzione. Conosco infatti pochi documenti, che espongano con tanta chiarezza psicologica la prima scoperta del mondo visibile da parte di un individuo gradualmente uscente dalla cecità. Per saper inventare tali sottili e raffinate osservazioni psicologiche ci sarebbe voluto un poeta e un osservatore ben più abile che non il vecchio segretario di Corte Paradies, o il prosaico e oggettivo Mesmer. Il rapporto dice, nelle sue parti essenziali: "Dopo un breve ed energico trattamento magnetico del dottor Mesmer, essa cominciò a distinguere i contorni dei corpi e delle figure postele davanti. Ma il senso visivo era ancor così suscettibile che poteva riconoscere tali cose soltanto in una camera molto oscura, riparate da imposte e cortine. Se le si faceva passare fugacemente un lume acceso davanti agli occhi pur già protetti da un bendaggio a cinque strati, ella cadeva a terra come sfiorat
a dalla folgore. La prima figura umana da lei scorta fu quella del dottor Mesmer. Osservò con grande attenzione lui e i movimenti da lui eseguiti davanti ai suoi occhi per metterli alla prova. Ne sembrò esterrefatta ed esclamò: "È spaventoso a vedersi! È questa l'immagine dell'uomo?" A sua richiesta le fu condotto il grosso cane di casa, che era sempre stato da lei prediletto per la sua docilità, e lo considerò con eguale attenzione, dicendo poi: "Questo cane mi piace più dell'uomo: la sua vista mi riesce ben più sopportabile". La turbavano specialmente i nasi dei volti. Non poteva far a meno di riderne. Ebbe occasione di dire a questo proposito: "Pare che mi si facciano incontro minacciosi, quasi vogliano cavarmi gli occhi". Poiché ha visto diverse facce, si è un po' abituata. Le riesce specialmente difficile riconoscere i colori e i gradi di distanza, giacché il ritrovato senso visivo è in lei inesperto e in un certo senso pari a quello di un neonato. Non sbaglia mai nel grado di distacco fra un colore e l'altro, ma confonde le denominazioni, specialmente quando la si aiuta facendo confronti con colori già da lei percepiti. Vedendo il nero, ebbe a dire che era l'immagine della sua superata cecità. Questo colore suscitava in lei anche una certa tendenza alla malinconia, cui durante la cura si lasciò spesso andare. Molte volte, in questi periodi, scoppiava in un pianto improvviso. Un giorno ebbe un attacco così grave, che si gettò su un divano torcendosi le mani e si strappò la benda. Si comportò, fra pianti e lamenti, tanto disperatamente, che madame Sacco o qualunque celebre attrice non avrebbe potuto trovare modello migliore per interpretare il dolore estremo di un'anima angosciata. Dopo qualche minuto questo accesso di tristezza passò e la giovan
e riprese la sua natura cordiale e vispa, pur ricadendo talvolta in quello stato d'animo. Essendosi verificato, in seguito al diffondersi della fama di una miracolosa guarigione, un notevole accorrere di parenti, amici e persone di riguardo, se ne irritò. Una volta disse, impaziente: "Da che deriva il fatto che ora mi sento meno felice di prima? Tutto quello che vedo provoca in me una commozione incresciosa. Nella mia cecità ero ben più tranquilla!" La confortai dicendole che la sua commozione presente derivava soltanto dalla sensazione di stare sospesa in una sfera nuova. Ma sarebbe tornata tranquilla e contenta come gli altri, appena si fosse abituata a vedere. "Sta bene", mi rispose, "perché, se scoprendo di continuo cose nuove dovessi continuare a sentire quest'inquietudine, preferirei rientrare immediatamente nella mia precedente cecità".
"Dato che il senso riconquistato la pone nelle condizioni dell'uomo primitivo, è libera da ogni pregiudizio e chiama le cose soltanto secondo l'impressione naturale che esercitano su di lei. Giudica bene i lineamenti del volto e ne deduce le qualità dello spirito. Quando le hanno mostrato uno specchio, ne ha provato gran sorpresa; non riusciva a rendersi conto come mai quella superfiscie liscia potesse fissare gli oggetti e ripresentarli all'occhio. L'hanno condotta in un elegante salone, in cui un'altra parete era tutta a specchi. Ne è rimasta incantata. Seguitava a prendere, davanti a quello specchio, i movimenti e gli atteggiamenti più svariati e strani, e soprattutto rideva, vedendo che l'immagine dello specchio le veniva incontro quando si avvicinava e si ritraeva quando si allontanava. Tutti gli oggetti da lei percepiti a una stessa distanza le appaiono piccoli, e si ingrandiscono per lei a mano a mano che le vengono riavvicinati. Quando cercò di portare alle labbra, a occhi aperti, un boccone di pane abbrustolito, le parve tanto grande da non entrarle in bocca.
"La condussero poi al bacino del parco, che definì una grande scodella per la minestra. Le pareva che i bordi verdi ai lati di un viale si muovessero in avanti parallelamente, e rientrando in casa credeva di vedersi venire incontro l'intero edificio, di cui trovava soprattutto tanto belle le finestre illuminate. Il giorno seguente, per cedere alle sue insistenze, la si dovette portare in giardino alla luce del sole. Tornò ad osservare tutti gli oggetti con grande attenzione, ma non con lo stesso piacere del giorno precedente. Chiamò il Danubio, lì vicino, una striscia bianca lunga e larga; indicò precisamente i punti in cui scorgeva il principio e la fine del fiume. Credeva di poter giungere a sfiorare con le mani gli alberi della Riva del Prater, a circa mille passi lontano al di là del fiume. Essendo una giornata chiara, non potè sopportare a lungo l'aria libera. Chiese di tornare a bendarsi gli occhi, perché la sensazione della luce era ancora troppo intensa per i suoi deboli occhi e le dava le vertigini. Bendata di nuovo, non ebbe più il coraggio di fare un passo avanti senza appoggio, mentre in passato, pur essendo cieca, soleva aggirarsi nelle camere a lei familiari. La nuova condizione dei sensi fa sì che al pianoforte deve stare più attenta anche per suonare un pezzo solo, mentre prima era in grado di eseguire interi concerti lunghi senza esitazioni, anzi chiacchierando. Ora le torna difficile suonare ad occhi aperti. Osserva le proprie dita che si inseguono sulla tastiera, e prende male la maggior parte delle note".
Questo referto chiaro, veramente classico, dà forse l'impressione di essere falsificato? Possiamo davvero credere che tutta una serie di rispettabili testimoni oculari si siano lasciati menar per il naso riferendo di una cura miracolosa, senza andare prima a constatare a quattro passi di distanza le vere condizioni della ex-cieca? Ma proprio il gran rumore suscitato da questa cura magnetica determina gli aspri interventi della classe medica. Questa volta Mesmer è penetrato nell'ambito specifico e personale della professione; soprattutto l'oculista Barth, dal quale la signorina Paradies aveva per anni inutilmente sperato di venire risanata, inizia una campagna violentissima contro l'indesiderato trattamento. Egli afferma che si deve ancora considerare cieca la signorina "perché essa spesso ignora e spesso scambia i nomi degli oggetti presentatili", un errore invece psicologicamente facile a spiegarsi e anzi verosimile in chi, cieco da anni, percepisce per la prima volta gli oggetti. Ma i medici ufficiali prevalgono. In un primo tempo l'intromissione di dottori influenti impedisce a Mesmer di presentare di persona la sua paziente in via di guarigione all'Imperatrice Maria Teresa, poi i colleghi irritati si danno da fare con sempre maggior accanimento affinché Mesmer non prosegua la cura magnetica. Con quale diritto? ci domandiamo oggettivamente. Giacché, anche nel caso più sfavorevole, la cura per suggestione della damigella non avrebbe mai potuto rendere ancora più morto un nervo ottico già morto, ancora più cieca una cieca. Non si riesce a dedurre da alcun paragrafo di legge una ragione valida per sottrarre a un medico diplomato la sua paziente. Dato poi che la signorina Paradies è fedele e devota al suo dottore, gli avversari di Mesme
r scelgono una via traversa per sottrargli l'importante oggetto di studio: fanno sorgere nel padre e nella madre il timore che qualora la figlia dovesse tornare a vedere, verrebbe a cessare la sovvenzione annua di duecento ducati dell'imperatrice, e verrebbe a mancare la speciale attrazione di una concertista cieca. Questi argomenti hanno immediata efficacia. Il padre, sino ad allora assolutamente devoto a Mesmer, si introduce a forza in casa sua, esige la restituzione immediata della figlia, minacciando a spada sguainata. Ma, stranamente, non è il medico che rifiuta la restituzione: è la stessa signorina Paradies, legata al suo salvatore in senso medianico o erotico, a dichiarare recisamente che non ritornerà dai genitori, ma che rimarrà con Mesmer. Questo rifiuto inasprisce la madre, che si getta furente sulla ribelle, alleata con quello straniero contro i genitori, e la colpisce e la maltratta in modo così violento da provocare una crisi convulsiva.
Pure, né gli ordini, né le minacce, né le botte, riescono a indurre la tenace ammalata ad abbandonare il suo salvatore (e forse amante); ella rimane nella clinica magnetica. Mesmer ha vinto, ma è una vittoria di Pirro. In seguito a queste violenze e a questi turbamenti, infatti, si spegne l'incerta conquista della facoltà visiva. Bisogna riprendere la cura da capo e rianimare i nervi turbati. Ma Mesmer non ne avrà il tempo. La facoltà Medica è ricorsa ai mezzi estremi. Ha mobilitato l'Arcivescovo, il Cardinale Migazzi, l'Imperatrice e la Corte intera, e a quanto pare, anche la suprema istanza dell'Austria teresiana: la famigerata Commissione del buon costume. Il professor Stoerk, Presidente dei medici austriaci, fa passare per incarico dell'Imperatrice la parola d'ordine che si debba "porre fine alla ciurmeria". Così la violenza statale interrompe il potere del magnetizzatore. Mesmer è costretto a sospendere immediatamente la cura e la signorina Paradies, malgrado le sue proteste disperate, è restituita ai genitori cieca come prima. Le ulteriori conseguenze dell'increscioso affare non sono facili da determinare, a causa della mancanza di documenti decisivi. O Mesmer è stato più o meno urgentemente espulso dall'Austria per ordine statale, quale "straniero indesiderabile", oppure è stato egli stesso ad averne abbastanza dei colleghi viennesi. Comunque, immediatamente dopo la faccenda Paradies, egli abbandona la sua bella casa in Landstrasse 261, lascia Vienna e va a cercarsi una nuova patria, prima in Svizzera, poi a Parigi. La Facoltà viennese può essere soddisfatta, ha raggiunto la sua meta. Si è sbarazzata di quell'incomodo originale, ha screditato e annientato i primi tentativi di un trattamento psico-terapeutico ancora incerto, ma già vicin
o a concetti che verranno scoperti molto più tardi. Per oltre un secolo nella Facoltà di Vienna regna la calma in rebus psychologicis, sino al giorno in cui verrà un altro innovatore importuno, quel Sigmund Freud con la sua psicoanalisi, che i professori combatteranno con gli stessi pregiudizi e la stessa ira, ma per fortuna con molto minor successo.
Il XVIII secolo è cosmopolita per eccellenza. La scienza e l'arte in Europa rappresentano ancora un'unica grande famiglia. Non è ancora stata inventata per l'intellettuale la meschina limitazione da Stato a Stato: l'artista e il dotto, il musico e il filosofo, passano senza preoccupazioni patriottiche da una capitale all'altra e si sentono a casa propria dovunque possono attuare la loro missione e far valere il loro ingegno, amici ugualmente volenterosi di tutte le nazioni, di tutti i popoli e di tutti i prìncipi. Per questo non riesce particolarmente difficile a Mesmer prendere la decisione di trasferirsi a Parigi, un cambiamento per cui non prova rimpianti. Personalità dell'aristocrazia austriaca, da lui guarite, gli aprono le porte dell'Ambasciata; Maria Antonietta, assai curiosa di tutto ciò che è nuovo, strano e divertente, gli promette il suo appoggio, e l'indubbia appartenenza alla Massoneria, allora onnipotente, lo introduce sino al centro del mondo intellettuale francese. Inoltre la sua dottrina giunge in un momento assai propizio. Se Voltaire e gli enciclopedisti, con lo scetticismo aggressivo e con l'arma dell'ironia avevano espulso la fede ufficiale dalla società del loro tempo, non avevano però abbattuto né distrutto il bisogno indistruttibile del cuore umano di credere: lo avevano solo costretto a rifugiarsi in infinite deviazioni e nascondigli mistici. Mai Parigi era stata più smaniosa di novità e più superstiziosa che l'alba dell'Illuminismo. Da quando non si crede più alle leggende dei Santi biblici, si cerca di creare per se stessi nuovi santi particolari, e si crede di scoprirli nelle numerose schiere dei ciarlatani, degli alchimisti, dei filatelici. Ogni cosa inverosimile, che si oppone alla scienza ufficiale, trova ac
coglienza entusiastica nella società parigina annoiata e incapricciata della moda filosofica. La passione per le scienze occulte, per la magia bianca e nera, penetra sino nelle classi più alte. Madame de Pompadour, la padrona della Francia, di notte esce furtivamente da una porticina delle Tuileries per recarsi da Madame Bontemps e farsi presagire il futuro con i fondi di caffè; la duchessa di Urfé (lo racconta Casanova) si fa costruire un albero di Diana per ringiovanire in un modo assolutamente fisiologico; la marchesa de l'Hôpital si lascia attirare da una vecchia in un locale fuori porta, dove dev'essere presentata a Lucifero in persona durante una Messa Nera, ma mentre la buona marchesa e la sua amica attendono in costume adamitico il sospirato diavolo, l'imbrogliona se la batte con le loro vesti e il loro denaro. Gli uomini più rispettabili di Francia tremano di reverenza quando il leggendario conte di Saint-Germain, a cena, finge di tradirsi, rivela un'età millenaria e accenna a Gesù Cristo e a Maometto come a conoscenze personali. Intanto dagli osti e dagli albergatori di Strasburgo si affollano i clienti, perché il principe di Rohan ospita in uno dei palazzi più eleganti della città un furbo ciurmadore siciliano, Giuseppe Balsamo, che si spaccia per il conte di Cagliostro. Con le diligenze, con le portantine, a cavallo giungono da tutti i punti della Francia i personaggi dell'aristocrazia per comprare da questo ciarlatano analfabeta filtri e amuleti. Dame di Corte e damigelle di sangue blu, principesse e baronesse, allestiscono nei loro castelli o palazzi laboratori di alchimia, e ben presto anche il popolo è contagiato dalla stessa epidemia. Appena si diffonde la notizia di guarigioni miracolose sulla tomba dell'Arcidiacono di
Parigi, nel Camposanto di Saint Médard, migliaia di persone assediano il cimitero abbandonandosi a selvagge scene di fanatismo. Non c'è stranezza che sembri troppo folle, non c'è miracolo abbastanza miracoloso, e mai gli scaltri mariuoli ebbero più facile compito che in quell'epoca, a un tempo troppo ragionatrice e troppo smaniosa di sensazioni, che paga ogni solletico dei nervi, accetta ogni assurdità, si abbandona miscredente eppure credula a ogni negromazia. In un mondo e in un'età simili, un medico che predicasse un nuovo metodo universale aveva già in anticipo guadagnato la sua partita. Però Mesmer (bisogna insistere su questo punto) non vuole affatto rubare a Cagliostro o a Saint-Germain i filoni d'oro nelle miniere della stoltezza umana. Medico diplomato, orgoglioso della sua teoria, fanatico della sua idea, o meglio prigioniero di quell'idea, desidera e vuole prima di tutto il riconoscimento della scienza ufficiale. Non cura gli entusiasmi, pur produttivi, dei seguaci della moda; un certificato di consenso di un amico accademico avrebbe per lui maggior valore delle chiacchiere di centomila teste esaltate. Ma i reverendissimi professori si guardano bene dal mettersi assieme a lui attorno a una tavola sperimentale. L'Accademia di Berlino, al suo rapporto, risponde laconicamente "che egli si trova in errore"; il Consiglio Medico di Vienna lo proclama in pubblico un imbroglione. Si comprende la disperata passione con cui si ostina a voler essere finalmente degnato di un giudizio legale. Non appena giunto a Parigi, nel febbraio 1778, si reca da Le Roy, Presidente dell'Accademia delle Scienze e per mezzo suo fa arrivare un invito urgentissimo a tutti i membri dell'Accademia, perché gli vogliano far l'onore di controllare, con il massi
mo rigore, il nuovo trattamento da lui praticato nell'ospedale provvisorio di Créteil, nelle vicinanze di Parigi. Il presidente fa la proposta regolarmente. Ma si direbbe che la Facoltà viennese lo abbia preceduto con i suoi intrighi, giacché gli accademici dichiarano seccamente, senza tanti giri di parole, di non avere alcuna intenzione di occuparsi degli esperimenti di Mesmer.
Un uomo persuaso di aver offerto al mondo qualcosa di molto importante e molto nuovo non rinuncia così facilmente all'idea di vedere valutata scientificamente la sua concezione. Senza indugio si rivolge alla Società Medica di nuova fondazione. Lì, come medico diplomato, può far valere un diritto indiscutibile e inalienabile. Rinnova la sua offerta di presentare i pazienti guariti a Créteil, fornendo ai colleghi qualsiasi informazione in merito. Ma anche la Società Medica non sembra aver voglia di assumere una posizione ostile all'Associazione viennese. Si sottrae all'incomodo invito con il pretesto, trasparente, che non potrebbe constatare guarigioni se non fosse stata a conoscenza già in precedenza delle condizioni del paziente, il che non era per quei soggetti possibile. Mesmer tenta così, per ben cinque volte, di ottenere dalle Facoltà europee un riconoscimento, o almeno un'attento studio del suo sistema: non si potrebbe agire più lealmente, più direttamente, più scientificamente. Solo quando le cricche erudite lo condannano con il loro silenzio, senza degnarsi di prender visione degli atti e dei fatti, egli si rivolge all'istanza suprema e decisiva: all'opinione pubblica, a tutte le persone colte e interessate, redigendo e pubblicando nel 1779, in francese, un Trattato intorno alla scoperta del magnetismo animale. Con parole eloquenti e aperte invoca aiuto, interesse e simpatia per i suoi tentativi, senza promettere neppure con una sillaba cose miracolose e impossibili: "Il magnetismo animale non è affatto ciò che i medici intendono quando pensano a un medicamento segreto. È una scienza, che ha le sue cause, i suoi effetti, le sue leggi. Nell'insieme è tuttora sconosciuto, lo ammetto. Perciò sarebbe una contraddizione nominare giudici pe
rsone che non capiscono nulla di ciò che hanno presunto di giudicare. Io chiedo non dei giudici, ma degli scolari. Appunto per ciò il mio obiettivo è che un qualsiasi Governo mi affidi una casa ove prendere in cura i malati e dove si potrebbero facilmente, senza bisogno di altri elementi, constatare e dimostrare pienamente gli effetti del magnetismo animale. Allora mi assumerei il compito di istruire un certo numero di medici, affidando al giudizio di quel Governo la decisione se, limitatamente o in generale, lentamente o con rapidità, tale scoperta sia da diffondersi. Se le mie proposte dovessero venire respinte in Francia, mi sarebbe penoso lasciarla, ma dovrei farlo senz'altro. Se poi venissero respinte dovunque, spero pur sempre di trovarmi un angolo tranquillo. Protetto dalla mia lealtà, al riparo da ogni rimprovero della mia coscienza, radunerò attorno a me una piccola parte di quell'umanità cui avevo desiderato di essere utile e non chiederò più consigli sul da farsi se non a me stesso. Se agissi altrimenti, il magnetismo animale sarebbe trattato come una moda. Ciascuno lo utilizzerebbe per brillare, cercando di trovarvi qualcosa di più o qualcosa di meno di ciò che vi è realmente. Ne deriverebbe un abuso e la sua utilità effettiva degenererebbe in un problema la cui soluzione sarebbe forse possibile soltanto fra secoli".
È forse il linguaggio di un ciarlatano, la millanteria o il delirio di un disonesto? Certo che quest' appello pubblico non ha più il tono della supplica. Fa intravedere una singolare vibrazione: è la prima volta che Mesmer parla la lingua del successo. Infatti negli ultimi mesi il suo metodo di trattamento suggestivo per le malattie nervose ha trovato importanti seguaci e alleati influenti, anzitutto in Charles Delson, medico di fiducia del conte d'Artois, il quale con un opuscolo si è schierato pubblicamente dalla sua parte. Deslon gli apre definitivamente la via della Corte, e nello stesso tempo una dama di palazzo della Regina Maria Antonietta, guarita da una paralisi, si fa mediatrice presso la Sovrana per il suo salvatore. L'alta aristocrazia, Madame de Lamballe, il principe di Condé, il duca di Borbone, il barone di Montesquieu e specialmente l'eroe del giorno, il giovane marchese di Lafayette, si dichiarano tutti entusiasti della sua dottrina. Così, malgrado l'atteggiamento ostile dell'Accademia, malgrado l'insuccesso di Vienna, il Governo, per ordine della Regina, avvia trattative dirette con Mesmer per trattenere in Francia l'iniziatore di concezioni di tanta importanza. Il ministro Maurepas, per incarico della Sovrana, gli offre uno stipendio a vita di 20.000 lire e altre 10.000 lire per un domicilio, pagabili soltanto qualora tre scolari, da lui istruiti per conto dello Stato francese, abbiano riconosciuto l'utilità della magnetoterapia. Ma Mesmer ha intanto perso la voglia di tornare a combattere contro i meschini pregiudizi dell'erudizione ufficiale: non accetta elemosine. Rifiuta orgogliosamente: "Non posso aderire a un contratto con un Governo se prima il valore della mia scoperta non sia stato riconosciuto espressamen
te, in modo inequivocabile". Mesmer, bandito da Vienna, dopo due anni di cure magnetiche a Parigi, è oggi forte abbastanza da poter proclamare come una minaccia la sua intenzione di lasciare la città. In questo senso pone alla Regina un ultimatum: "Esclusivamente per rispetto alla Maestà Vostra, offro la certezza di prolungare il mio soggiorno in Francia fino al 18 settembre e di prodigare sino a tale data le mie cure a tutti i malati che continueranno a prestarmi la loro fiducia. Io cerco, Maestà, un Governo il quale riconosca la necessità che non si diffonda alla leggera nel mondo un'idea che, per i suoi riflessi sul fisico umano, determina fenomeni che esigono il controllo di un giusto sapere e di una giusta forza per essere guidati in senso benefico. In un argomento che riguarda l'intera umanità il denaro non può che venire in seconda linea, agli occhi della Maestà Vostra; quattrocento o cinquecentomila franchi destinati a un simile fine non hanno grande importanza. La mia scoperta e la mia persona devono essere compensati con una generosità degna del Monarca al quale io mi lego". L'ultimatum di Mesmer non viene accettato, probabilmente per l'opposizione di Luigi XVI, la cui mentalità realistica e piuttosto avara si ribella a ogni esperimento fantastico. Mesmer mantiene la parola, lascia Parigi e si trasferisce in territorio tedesco, nella città imperiale di Spa.
Questa volontaria ritirata in tono di sfida è ben diversa dall'abbandono di Vienna, somigliante piuttosto a una fuga o a un'espulsione. Mesmer lascia il regno dei Borboni come un potente, come un pretendente, e una schiera di seguaci entusiasti accompagna il Maestro nel volontario esilio. Ne rimangono però ancora di più a Parigi e in Francia, decisi a lavorare per lui. A poco a poco l'indignazione pubblica, per avere permesso che la Francia perdesse a causa di intrighi accademici un uomo di tal valore, raggiunge un grado febbrile. A dozzine compaiono i ribelli in sua difesa. A Bordeaux padre Hervier predica dal pulpito, in piena cattedrale, il dogma del magnetismo; Lafayette, alla vigilia di partire per l'America, comunica a Washington come notizia importante che recherà agli americani, oltre alle armi e ai cannoni per la guerra di indipendenza, anche la nuova dottrina di Mesmer (un docteur nommé Mesmer, ayant fait la plus grande découverte, a fait des élèves, parmi lesquels votre humble serviteur est appelé un des plus enthousiastes… Avant de partir, j'obtiendrai la permission de vous confier le secret de Mesmer, qui est une grande découverte philosophique). E tutta la Massoneria, che difende nel campo della scienza e in quello politico ciò che è nuovo e rivoluzionario, si allea solidale con il celebre fratello. In tal modo contro il Governo, contro il Re, contro il Collegio dei medici, contro l'Accademia, questi seguaci entusiasti riescono ad ottenere che Mesmer torni a Parigi alle condizioni da lui poste: ciò che il Sovrano aveva negato a Mesmer, glielo offrono ora l'aristocrazia e la borghesia con mezzi propri. Un gruppo di discepoli, con a capo Bergasse, noto avvocato, fonda una società per azioni per dare al Maestro la possibilità di
aprire un'Accademia in opposizione a quella Reale; cento amici sottoscrivono ciascuno cento luigi d'oro pour acquitter envers Mesmer la dette de l'humanité, e in cambio Mesmer si impegna ad istruirli nella nuova scienza. Appena offerte, le azioni del magnetismo sono già esaurite; entro due mesi sono sottoscritte 340.000 lire, molto più di quanto Mesmer aveva chiesto da principio. Inoltre i suoi adepti formano in ogni città una cosidetta Société de l'Harmonie, con succursali a Bordeaux, a Lione, a Strasburgo, a Ostenda, e una persino nelle colonie, a San Domingo. In trionfo, invocato, scongiurato, festeggiato ed esaltato, sovrano non coronato di un regno invisibile, torna Mesmer in terra di Francia. Quello che un Re non gli ha voluto dare, se lo è procurato di sua iniziativa: la libertà della ricerca, l'indipendenza della vita. E se ora la scienza ufficiale e accademica vorrà dichiarargli guerra, Mesmer è pronto.